Simona Nocera

Scrissi questo articolo nel 2011 quando la crisi economica con le sue conseguenze di instabilità e di continua paura di perdere o non trovare un posto di lavoro metteva a rischio l’ equilibrio psichico degli individui. Oggi siamo nel 2018, sono passati sette anni e la situazione non è cambiata, anzi è peggiorata. I dati di giugno 2018 dell’Osservatorio sul precariato indicano che i contratti a tempo indeterminato risultano in crescita solo dell’1,7% mentre le altre forme di contratto presentano una crescita maggiore: contratti a tempo determinato +5,9%, contratti di apprendistato +11,2%, contratti stagionali +2,8%, contratti in somministrazione +16,3% e contratti intermittenti +6,5%.

Nel mio studio si presentano sempre persone sofferenti a causa di questo motivo, e spesso sono vittime di depressione. Quindi ho deciso di riproporre questo articolo a tutti voi perché credo che sia più che mai attuale, e forse potrà darvi qualche utile consiglio. Vivere nella perenne incertezza porta il nostro IO a farsi invadere dalla paura e a diventare preda di ansia e panico. Paura di perdere la possibilità di sostenersi economicamente, paura di non poter proteggere economicamente la famiglia che abbiamo creato, o di non poter costruire un futuro.

Emozioni, stati d’animo che albergano dentro ogni lavoratore precario. Tipica di questo momento storico-sociale è la nascita di una vera e propria “patologia da lavoro precario”, che affligge i giovani trentenni ma si sta estendendo anche agli over 40.Si può essere felici in questo momento storico-sociale? Una storia racconta di un discepolo che va dal maestro e gli domanda: “Come posso essere felice?” e il maestro risponde: “impara prima a soffrire”. Può sembrare una storia banale, in realtà, è tanto reale quanto difficile. Siamo abituati a pensare erroneamente che essere felici significhi non sentire la sofferenza, non avere problemi, frustrazioni. Il giovane precario è una persona che non riesce a trovare un lavoro, o ha paura di perderlo, o ancora è frustrato perché si adatta a fare qualcosa che non lo soddisfa e che spesso è sottopagata. Oltre alla paura, tutto questo genera sofferenza. Ma la cosa più triste è che, a volte, gli impedisce anche di godere delle cose belle che nonostante tutto ha o delle risorse che potrebbe tirar fuori. In ogni situazione difficile più la sofferenza è respinta, più ci attanaglia e ci invade. Imparare a vivere la sofferenza è un primo passo per godere della felicità.

Sofferenza e felicità sono due facce della stessa medaglia. Ma come si fa nel caso del lavoro che è un problema concreto, reale? Al contrario di quanto ci hanno insegnato i nostri genitori, al giorno d’oggi nella sfera lavorativa i risultati non sono immediati, né prevedibili, né sicuramente positivi. Ma la condizione psicologica e fisiologica con cui affrontiamo le circostanze della vita può aiutare o ostacolare i risultati, la tolleranza alle frustrazioni, e le difficoltà che si presentano. La gioia di vivere dipende dalla percezione, dalla sicurezza che stiamo facendo del nostro meglio, al di là del risultato immediato e delle difficoltà oggettive che non dipendono da noi. Questa percezione sostiene l’autorealizzazione. Questo non risolve i problemi concreti che conseguono la situazione lavorativa, ma sicuramente ci rende più forti nel reggere la situazione, nell’ accogliere le emozioni che questa circostanza ci provoca, continuando a percorrere la strada della vita. Il “Come” affrontiamo la situazione fa la differenza: come soffriamo, come gioiamo delle cose belle che spesso non vediamo, dei sostegni che abbiamo, come piangiamo per non avere un lavoro, come ci arrabbiamo perché non siamo ancora indipendenti economicamente.

È su questo “Come” che la relazione terapeutica può essere un utile sostegno, perché ci permette di essere presenti a noi stessi in ogni momento della giornata, sia quello bello sia quando il problema lavoro sembra trascinarci via. Che ruolo può avere la relazione terapeutica?La relazione terapeuta può essere d’aiuto perché rappresenta un modo per uscire dall’Isolamento che immobilizza chi vive una situazione di precarietà. Condividere emozioni, paure, sofferenze è il primo passo per passare dall’isolamento alla condivisione, dall’immobilità all’attività. Iniziare a condividere questi stati d’animo in uno spazio protetto con uno psicoterapeuta permette alla persona di sentirsi capita e sostenuta. Inoltre, offre la possibilità di confrontarsi con modelli culturali ormai obsoleti: ”mamma e papà avevano un lavoro fisso, alla mia età erano già sposati e avevano casa ecc., vai all’università e troverai subito lavoro”.

Questi vecchi schemi che abbiamo dentro di noi vanno aggiornati, perché non coincidono più con la realtà esterna. Il mondo del lavoro è cambiato, e bisogna trovare nuove modalità creative per affrontare il disagio. Da un animo rinnovato, coccolato, compreso, si attiverà l’energia che, lentamente, ci permetterà di muoverci in modo funzionale nella società. La reazione terapeutica può, inoltre, essere d’aiuto perché permette di lavorare sul senso di appartenenza : “condividere per riconoscersi”. In una società fondata sull’individualismo e la competitività, lavorare sul senso di appartenenza non è né facile né scontato. Le generazioni precedenti appartenevano ad un’azienda, ad un gruppo di colleghi con cui istauravano relazioni, avevamo quindi un’identità lavorativa chiara e sicura. La nostra, invece, è la società del lavoro occasionale,dei contratti stagionali, dei contratti a tempo determinato, dei jobs act: noi non apparteniamo ad un’azienda, non apparteniamo ad un gruppo di colleghi, non apparteniamo a vecchi valori ormai obsoleti.

Viviamo, quindi, nella perenne insicurezza ed incertezza. Grazie alla relazione terapeutica, l’individuo può nutrirsi all’interno di un “primo spazio sicuro”, creare dentro di sé il senso di sicurezza fino ad allora desiderato ma sconosciuto. Sconosciuto perché vive nell’incerto, nella paura, sente che il terreno su cui cammina ogni giorno barcolla perché non è al passo con una società nuova, precaria, instabile. Quando un individuo non ha un modello culturale di riferimento sicuro, solo la certezza di avere la vicinanza dell’Altro può inizialmente bilanciare il senso di paura e di incertezza in cui è imprigionato. Un’altro aspetto che caratterizza la relazione terapeutica, e che può essere d’aiuto a chi vive una situazione di incertezza, è la possibilità di trovare e/o potenziare le risorse individuali. In questo spazio sicuro, costruito insieme da paziente e terapeuta, la persona potrà sperimentare nuove possibilità ed entrare in contatto con risorse che non pensava di avere. Ciò aumenta la fiducia in se stessi. Grazie all’incontro con l’Altro la persona può riconoscersi e riscoprire le proprie risorse, fare scelte consapevoli, sentire il proprio potere personale e le proprie capacità. I pensieri che ci attanagliano quotidianamente possono, lentamente, prendere una nuova forma : “non sono solo disoccupata, sono anche una persona che può crescere e che ha delle competenze da mettere in gioco”.

La riscoperta delle risorse personali ha, inoltre, una ricaduta nella vita quotidiana. Non solo nel non arrendersi nella ricerca del lavoro, ma anche e soprattutto, nel sentirsi più sicuri nello scegliere e creare “relazioni sane”, in cui il sostegno è reciproco. L’iniziale supporto nella relazione terapeutica si può estendere alla vita quotidiana, affinché l’individuo ritrovi la capacità di saper scegliere le persone da cui farsi sorreggere, ed a cui a sua volta può dare sostegno. Non dobbiamo dimenticare che una delle cause che ha provocato l’aumento di disturbi d’ansia è il crearsi di un contesto sociale caratterizzato dalla mancanza di legami, relazioni (sia affettive che lavorative). Ecco perché è importante in terapia lavorare anche affinché la persona impari che oltre alla relazione terapeutica, è possibile creare altre relazioni. E’ importante che le persone si riappropriano della capacità di saper scegliere una rete sociale sana. Una rete sociale sana ha già in sé validi fattori terapeutici: Il senso di appartenenza, l’individuo trae beneficio dal rendersi conto che tutti i suoi problemi possono essere condivisi; La speranza, il farsi coraggio vicendevolmente attiva la sensazione di potercela fare; Il comportamento imitativo, ogni persona ha la possibilità di osservare e prendere a modello gli aspetti positivi del comportamento degli altri;

Concludendo diversi fattori possono essere d’aiuto, la relazione terapeutica, una rete sociale sana e in ultimo e non meno importante direi che ognuno di noi debba riappropriarsi di un sano senso di responsabilità e di partecipazione alla vita pubblica e politica, canalizzando le energie in modo produttivo e non rabbioso, in modo reattivo e non solo passivo e giudicante dell’operato altrui. Ma questa rete va scelta e ricercata in modo consapevole, e va costruita mettendo da parte un po’ di individualità e competitività per lasciare spazio al bene della comunità.