IL MALE DELLA BANALITA’
 

Nel 1963 Hannah Arendt pubblicò il celebre saggio La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme(Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil).

La Harendt seguì il processo Eichmann come corrispondente del The New Yorker pubblicandone sulle colonne gli sviluppi del processo poi ripubblicato come libro.

 

Il dibattito si centrò sulla difficoltà di giudicare Eichman, decenni dopo le sue azioni e inazioni, colpevole perché in base al sistema giuridico del periodo nazista egli non aveva fatto niente di male; perché i capi di accusa non rappresentavano crimini ma “azioni di Stato”, che possedevano la “forza della legge [...] per le quali si viene decorati s si vince e si va alla forca se si perde”. L’imputato non costituiva un’eccezione tra i tedeschi della Germania Nazista, era in perfetta armonia con il mondo in cui aveva vissuto in quegli anni e con l’atmosfera generale del sistema di valori. Disse alla Corte di aver fatto il suo dovere, di aver obbedito non solo agli ordini, ma anche alla legge identificando la propria volontà col principio che stava dietro a questa legge, la fonte da cui la legge scaturì. L’Arendt sottolinea quanto il male, nel Terzo Reich, avesse perduto le proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è: la tentazione, annientando la possibilità di resistere. La sua colpa veniva dall’obbedienza, esaltata come virtù. Ma un crimine, sottolinea l’Arendt, non è commesso soltanto contro la vittima, ma anche e spratutto contro la comunità di cui è stata violata la legge.

 

In seguito ai totalitarismi, nella prima metà del ‘900, le preoccupazioni nei confronti di uno Stato in grado di calpestare le libertà individuali e ostacolare la crescita economica, il potere statale è stato ridotto all’osso e oggi le leggi nazionali sono state ampiamente sostituite dalle leggi invisibili e cieche del libero mercato. Basti pensare all’influenza dello Spread sulle politiche nazionali.

Se l’ideologia e il sistema di valori su cui si fondavano le leggi a cui Eichman si attenne appaiono oggi inequivocabilmente chiari e riprovevoli, il fatto che non sia più quel sistema di valori, così diverso dal nostro, a guidare le vite delle persone può rendere difficile identificare con chiarezza i set di valori condivisi dalla nostra comunità. L’unica consapevolezza che abbiamo è di essere liberi, individui liberi. Per quanto rassicurante questa convinzione non tiene in considerazione che immersi nella cultura, plasmati da questa, e sommersi dalle modalità sempre culturalmente determinate di comunicare e costruire relazioni è molto complesso avere consapevolezza, mentre agiamo, dei valori collettivi da cui siamo mossi e delle conseguenze profonde delle nostre azioni sul resto della comunità. Semplicemente, ci diciamo, il mondo è così; questo è l’ordine naturale delle cose. Ancora più difficile, in questo caso, è l’opera di resistenza a tali valori, laddove questi rischiano di arrecare un danno alla comunità seppur in maniera meno sfacciatamente violenta ma altrettanto pervasiva di quanto non facessero quelli a cui si riferisce la Arendt. Tuttavia l’individualismo dentro cui ci troviamo e il senso di libertà che da questo deriva è già un valore, spesso inconsapevole, che da forma alla nostro modo di essere e al nostro modo di stare insieme.

 

L’avvento dei social network, da una decina d’anni a questa parte, gioca un ruolo centrale nel modo in cui viviamo la realtà e noi stessi, costruendo modalità relazionali che amplificano il senso di libertà individuale. I social hanno un influenza centrale sia nella vita sociale (basti pensare all’influenza sulle elezioni americane o al fenomeno dei gilet gialli) che individuale (alzi la mano chi non ha visto condizionare almeno qualche ora di una propria giornata per qualche avvenimento su fb).

L’apprezzamento, su Facebook, è la fonte suprema del grande godimento. Se per godere bisogna piacere allora il godimento diventa subordinato all’apprezzamento ma non esiste alcuna libertà nella subordinazione.

La tentazione dell’apprezzamento, quella del godimento, del like, rischiano però di far perdere l’equilibrio della consapevolezza annullando le resistenze possibili di cui parlava la Arendt. La tentazione può essere fortissima. Anche in questo caso, spesso su Facebook, non è la volontà individuale ad obbedire ad una legge esterna, la volontà dell’individuo tende ad identificarsi pienamente con il principio che sta dietro alle regole del gioco: l’apprezzamento.
Essere apprezzati smette di essere, a certe condizioni, possibile diventando incondizionatamente doveroso, dobbiamo essere apprezzati, costi quel che costi. Se la qualità dei prodotti nel mercato è stabilita, per una legge quasi divina, dal volume delle vendite che ne indica l’apprezzamento e la vendibilità, così nei social network può essere l’apprezzamento ricevuto dalla pagina che amministriamo per gli altri consumatori della piattaforma a guidarne le linee di produzione.
 

Il senso smette di essere il messaggio ma l’apprezzamento di questo. Può capitare così, ed effettivamente capita con una certa frequenza, che la complessità del reale, quando rappresentata sotto forma di post, venga sacrificata sull’altare dell’apprezzamento. La riduzione tuttavia non coincide con la semplificazione, bensì con lo snaturamento. La semplicità al contrario è chiarezza che può esistere solo come conseguenza di una visione profonda della complessità del reale.

La complessità può essere di difficile digestione per il pubblico se non viene condivisa con semplicità. Tuttavia questa difficoltà non rappresenta un buon motivo per semplificare, snaturandola, la complessità, né per somministrare esclusivamente prodotti di facile digestione spinti dal timore di non essere apprezzati.

Ogni giorno migliaia di ricercatori si rivoltano sulle loro scrivanie negli istituti di ricerca perché decenni di ricerche e anni di studio vengono presi e, nella corsa all’apprezzamento, compressi a slogan riduttivi se non fuorvianti. Ogni giorno migliaia di diari segreti rimpiangono i bei tempi passati in cui la complessità dell’esperienza, covata in ore di elucubrazioni struggenti e profondissime, veniva custodita nell’intimità delle proprie pagine assolutamente indifferente all’apprezzamento del pubblico.
 

Non siamo liberi di pubblicare quello che vogliamo, o meglio, lo siamo, ma non possiamo esimerci dall’assumerci la responsabilità di quanto diciamo o non diciamo.
E’ responsabilità di tutti e di tutte resistere alla facile tentazione dell’apprezzamento come unico faro.
Forse saremo meno vendibili, meno apprezzabili, meno condivisibili ma la posta in gioco è la salvaguardia della profondità, della complessità, questione più urgente che mai oggigiorno.
Non c’è niente di male a partecipare al gioco dell’apprezzamento, purché non sia il gioco ad impossessarsi di noi e del reale, facendoci obbedire alla semplice legge del like, appiattendo tragicamente le possibilità di pensare, conoscere, cambiare.

Matteo Bessone