Appena diplomata da un istituto tecnico (mai e poi mai avrei fatto la ragioniera) l’alternativa rimaneva iscriversi all’università e mi sarebbe piaciuto scegliere un corso di laura in psicologia. L’animo umano, il suo lato più oscuro e complesso, con le sue innumerevoli sfaccettature e imprevedibilità, mi ha sempre incuriosito, anche se credo che questo desiderio era dettato dall’ imminente esigenza di voler conoscere me stessa e trovare il modo di aiutarmi, più che dal mero progetto di una occupazione lavorativa in cui “l’infinita selva della mente umana” avrebbe finito per diventare oggetto della mia attività, dedita quindi a “sgrovigliar matasse altrui”.

In ogni caso, qualcuno in famiglia mi scoraggiò. Una persona che non era né mia madre, né mio padre (che nemmeno avallarono le mie timide esternazioni), né i miei fratelli, tutti già laureati. Fu una persona molto influente in famiglia, alla quale io per prima davo venerato ascolto.

Passata l’idea di approdare a studi psicologici perché “provenendo da studi tecnici sarebbe stato per me arduo intraprenderli” e anche perché “aprirsi uno studio in questo campo non è facile” (scuse che neutralizzarono facilmente il mio pavido pensiero), da timida e sprovveduta ragazza di provincia quale ero (la facoltà di Psicologia più vicina si trovava nella capitale) scelsi o scelsero per me l’iscrizione a giurisprudenza perché “ci sono più sbocchi”. La scelta fallì sul nascere.

Anch’io mi convinsi che non avevo basi sufficienti per continuare gli studi e l’esigenza di lavorare prevalse, in quel momento. Ma presto abbandonai anche l’idea di un impiego presso qualsiasi studio di consulenza commerciale perché gestire numeri non faceva per me ma soprattutto perché la magra paga riservata ad una ragazza della mia età, utilizzata per ben 8 ore al giorno, era di misere 50 mila lire mensili (era il 1985).

Avvertivo sempre più il desiderio di comprendere la vita, e la sua complessità, da un punto di vista psicologico e sociale. Probabilmente ero una disadattata e qualche anno dopo, senza il parere di nessuno, mi iscrissi alla facoltà di sociologia, a Roma. Frequentai le lezioni ma per mantenermi spendevo tanto (avevo dato fondo a quasi tutti i miei risparmi) e i frutti non erano molti (tre materie dopo due anni di frequenza). Mi convinsi quindi che la facoltà mi avrebbe probabilmente fatta diventare solo una “burocrate del sociale”e io invece cercavo altro. Quello che mi mancava era “la socialità”e non la sociologia. Avevo bisogno di nutrirmi di poesia, di amore. Forse il vero motivo per cui mi trasferii a Roma fu il tentativo di staccarmi dalla famiglia e cercare fortuna, un lavoro che mi desse una certa indipendenza ed autoaffermazione. Ma le cose vanno sempre un po’ diversamente.

Mi chiamo Gloriana Ripa, vesto i panni della cantautrice. Da qualche anno un caro amico mi definisce “un’artista”ed io ho cominciato davvero a crederci e a credere sempre più in questo mondo, tutto mio, fatto di storie, pensieri, intimità, sogni, speranze, e molta fragilità. Mio e di nessun altro. In verità tante altre volte mi sento solo una ragioniera, di me stessa, perché ho sempre cercato di far quadrare i conti. Spesso ci sono riuscita, con l’intento di non rimanere mai in debito con nessuno (anche se sono in debito d’amore verso tanti). Ho fatto svariati lavori e ho sempre cercato di superarmi. Questa è stata forse la mia fortuna.

Fino all’anno scorso mi ritenevo una persona serena che avrebbe potuto dare serenità. Oggi, a un anno di distanza dalla pandemia che ha fatto crollare i punti fermi (lo stare distanziati ha lasciato KO sogni, ipotecato affetti, inasprito solitudini) e messo a tacere abbracci (il calore degli abbracci – era questo il programma che stavo mettendo a punto negli ultimi mesi, dispensare abbracci a chi ne aveva bisogno, cosciente del loro potere salvifico), vivo sospesa come tutti e mi riesce difficile ambire ad una certa felicità. Mi oriento sempre più sulla credenza che questa vita è solo un passaggio doloroso al quale nessuno può sottrarsi, alternato da vaghe gioie, falsi svaghi e finte speranze; ma accetto tutto e condivido solo le cose buone, con la convinzione che la condivisione è l’unica arma per superare le difficoltà, e cerco di farlo col sorriso. Credo però di avere ormai la stessa capacità che ha un sordo di ascoltare musica.

Vivo per dovere. Mia madre un giorno mi confessò che, quando era incinta di me, le avevano consigliato di abortire. Forse perché dopo 5 parti e alla veneranda età di 42 anni, stava diventando una donna fragile. Ma mia madre, donna credente, sensibile, riconoscente alla vita e di una intelligenza ostinata, mai si sarebbe permessa una tale interruzione che avrebbe potuto rappresentare il più grande fallimento, in assoluto.

E venni alla luce quel 2 marzo del 1965