Origini e attualità del patriarcato

Di Luigi D’Elia Mai come in questo periodo il termine patriarcato è stato utilizzato, quasi sempre a sproposito, nei dibattiti pubblici seguiti alle note vicende di cronaca connesse ai femminicidi. L’apparente carattere astratto di questo oggetto lessicale e culturale chiamato patriarcato fa sì che lo si interpreti e lo si usi senza alcuna logica e […]

Di Luigi D’Elia

Mai come in questo periodo il termine patriarcato è stato utilizzato, quasi sempre a sproposito, nei dibattiti pubblici seguiti alle note vicende di cronaca connesse ai femminicidi.

L’apparente carattere astratto di questo oggetto lessicale e culturale chiamato patriarcato fa sì che lo si interpreti e lo si usi senza alcuna logica e criterio, giungendo finanche a negarlo alla radice proprio a causa della sua ineffabilità o difficile collocazione.

Ne consegue l’equazione (sbagliata) per la quale un concetto complesso, in quanto inafferrabile, e nonostante questo così evidentemente pervasivo, debba essere negato o in subordine derubricato a fumetto o a chiacchiericcio da barsport. 

Ma nel caso del patriarcato tutto ciò non è proprio possibile. Purtroppo per i suoi negazionisti o fumettisti, sempre più numerosi, il patriarcato è invece innegabilmente un fenomeno storico concreto, incontestabile e addirittura databile. 

Nessuno, nel dibattito pubblico, che si sia posto minimamente il problema di cosa sia realmente, storicamente, il patriarcato, quando, dove, perché nasce e si espande. Perché continua ad esistere così pervasivamente e dove la sua influenza è ancora fortemente presente nelle nostre attuali vite.

Naturalmente, quando si parla di nascita e diffusione del patriarcato, si parla di un periodo storico che si colloca tra la fine del neolitico e l’inizio dell’età del bronzo, all’incirca tra i 6000-4000 anni fa, agli albori delle prime civiltà stanziali, agricole e pastorali, e dei primi agglomerati urbani. Tale collocazione storica così remota, quindi priva di certezze storiche monolitiche, pur ricca di reperti e testimonianze archeologiche e antropologiche, ci costringe a muoverci sul piano di ipotesi attendibili e non di consolidate prove scientifiche. 

Ciò che di certo sappiamo, dalle fonti accertate e da quelle appena successive tramite testimonianze scritte, giuridico-religiose (la scrittura fu inventata immediatamente dopo la nascita delle prime città, intorno ai 5000 anni fa), è che la diffusione del patriarcato fu un processo lento, piuttosto maggioritario specialmente in Asia ed Europa, ma non ubiquitario, né omogeneo, né tanto meno compiuto, ma in evoluzione ancora oggi.

Si ipotizza, inoltre, sempre con maggiore attendibilità paleoarcheologica, che il patriarcato fu preceduto da organizzazioni sociali radicalmente diverse, egualitarie o matrifocali o matrilineari o matriarcali, nel lunghissimo periodo paleolitico della nostra specie (almeno 190.000 anni) caratterizzato dalle società nomadi di cacciatori-raccoglitori (vedi in particolare le poderose ricerche di Marija Gimbutas, “Il linguaggio della Dea” 1990).

Ma tornando al patriarcato, sono molte e variegate le ipotesi sulle ragioni della sua affermazione e imposizione, a seconda della prospettiva utilizzata dai vari studiosi. Si alternano quindi teorie economico-sociali a teorie psicobiologiche, a teorie antropologico-religiose, a teorie ecologiche, e così via.

Tra le ipotesi più attendibili sulle origini del patriarcato (in una prospettiva evoluzionistica non riduzionista né tanto meno sociobiologista), occorre collocare l’emergenza storica (non naturale) del patriarcato nel lento, ma poi anche sincrono, passaggio nella storia della specie tra il periodo preistorico tardo paleolitico e il neolitico e poi durante le varie età storiche dei metalli, laddove l’intera specie scopriva la domesticazione di piante e animali.

Ma cosa accade di preciso in questo passaggio e perché le piccole società egualitarie e nomadi del paleolitico di cacciatori-raccoglitori hanno sentito il bisogno di istituire immediatamente dopo, nella gran parte del mondo (con alcune eccezioni, com’è noto) questo nuovo modello sociale dopo 190.000 anni di vita comunitaria ed egalitaria?

Nel periodo nel quale si afferma la rivoluzione neolitica della domesticazione di piante e animali (dagli 11.000 in poi) l’intera specie affronta forse la più turbolenta rivoluzione della propria condizione esistenziale. Praticamente cambia tutto nel corso di pochi millenni.

L’acquisito controllo su aspetti del proprio ecosistema prima non controllati rappresenta l’origine di una cascata di avvenimenti che qui provo a sintetizzare. 

Per la prima volta nella storia della specie accadeva che:

– si conta su enormi riserve non estemporanee di cibo (grazie alla domesticazione di piante e animali e a nuovi metodi di irrigazione e di conservazione)

– la vita dei neo-agricoltori e neo-allevatori/pastori diventa gradualmente sempre più stanziale e sedentaria (pur rimanendo l’istinto migratorio, sia per motivi di spazi vitali che per ragioni ecologiche)

– si assiste ad un’impennata demografica mai avvenuta in precedenza; nascono i primi agglomerati e poi le prime città: si passa da gruppalità di poche decine di unità a densità di diverse migliaia di persone.

– si creano le prime stratificazioni sociali, di caste e corporazioni, di gerarchie e sistemi giuridici organizzatori di società molto più complesse;

–  si rende necessario l’utilizzo di nuove tecnologie per la costruzione di strumenti agricoli, edili, ma anche militari per la difesa di beni di consumo privati o comunitari;

Contestualmente avvengono le seguenti invenzioni sociali:

– l’invenzione di religioni monoteistiche assai più prescrittive nonché alternative a quelle animistiche e politeistiche;

– la prevalenza dell’organizzazione monogamica della famiglia;

– l’uso intensivo della guerra per risolvere squilibri politici, economici e sociali;

– l’uso di migrazioni per sopravvivenza (catastrofi naturali) o per espansione imperialistica e l’uso dell’espansione a scopo di colonizzazione militare;

– si consolida il sentimento di appartenenza ad una collettività estesa e sacra, di tipo religioso o politico;

– l’introduzione della scrittura come alternativa alla trasmissione orale e l’apertura ad una narrazione ipercodificata.

Il dominio e il controllo sulle risorse della terra e la nascita di stratificazioni sociali a difesa di beni e risorse distribuite in maniera diseguale, in concomitanza con l’emersione della demografia come principale bene e strumento di potere, coincide con il controllo del bene principale: le nascite e la procreazione.

Impossibile, da un certo punto in poi, dover negoziare il tema della procreazione con coloro che ne hanno avuto da sempre il pieno (e magico) controllo.

E’ da qui in poi che la donna diventa oggetto di dominio e principale merce di scambio, come ampiamente documentato nel saggio di Gerda Lerner del 1986 “La creazione del patriarcato”. S’inaugura un controllo ossessivo sulla sua sessualità, e l’uomo l’unico fautore e padrone della procreazione. Nella suddivisione in caste la donna, in quelle società che scivolano verso il dominio maschile (la gran parte), diventa la merce che va addomesticata alla stessa stregua degli armenti e in una linea gerarchica di rango inferiore a quella maschile. Tutte le società patriarcali diventano patrilineari, le donne non partecipano all’eredità e non possono accampare quasi alcun diritto civile e sociale.

In sintesi, il patriarcato nasce e prolifera in un mondo nel quale cambia radicalmente l’organizzazione sociale dei sapiens e dove i rapporti di potere, tra le classi e tra i generi, assumono per le ragioni suddette importanza decisiva. In questo nuovo mondo la demografia e il controllo di nascite e della procreazione diventano questioni di vitale importanza in quanto forza lavoro nell’accumulo di beni (nei campi e della pastorizia) e forza lavoro nella difesa militare. 

Nel suo recente saggio Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato” Mimesis editore, 2023, la studiosa Heide Goettner Abendroth ipotizza che la nascita del patriarcato sia avvenuta a causa di una serie di eventi catastrofici di natura ecologica le cui conseguenze sulle tribù nomadi di cacciatori abbiano reso necessaria l’invenzione della guerra, fino ad allora mai utilizzata come soluzione per problemi di sopravvivenza. La guerra, secondo questa studiosa, anticipa e motiva la nascita dei patriarcati secondo una sequenza di fatti storici per i quali si ribalta l’organizzazione precedente, matriarcale, e si instaura il dominio maschile.

Che la nascita del patriarcato sia avvenuta contestualmente o successivamente ad altre novità storiche come la guerra, la domesticazione di animali e piante, la stratificazione in caste di società complesse, il controllo della procreazione da parte maschile, catastrofi ecologiche, o altre variabili ancora non considerate, non vi è dubbio che dall’era dei metalli in poi, queste ragioni storiche oggi non sussistano più.

Il patriarcato entra in profonda crisi, proprio oggi, laddove la procreazione e la demografia a livello mondiale perdono ogni senso e valore. Le donne mettono al mondo figli che vanno a morire in guerra, che dissodano la terra dalla mattina alla sera, che vivono schiavi delle macchine e portano il cibo alla famiglia. In buona sostanza le donne hanno fornito, sotto dominio maschile, i loro figli come materiale organico ai poteri costituiti.

Oggi le donne si sottraggono sempre più a queste aberranti logiche di dominio sociale, non importa loro più nulla di sentirsi realizzate esclusivamente come madri (seppure tale tensione alla maternità rimane in molte di loro come spinta personale e non più morale) e non si sentono più partecipi di questo tritacarne istituzionalizzato. Cominciano, da meno di due secoli, a rivendicare il ruolo egualitario perso circa 6000 anni fa e mai più riguadagnato.

Con la crisi del patriarcato entra in crisi una storia di millenni ed entra in crisi la “rendita di posizione” maschile nel determinare l’ordine sociale attraverso l’ordine gerarchico tra i generi che ha garantito a sua volta, a carissimo prezzo, la stabilità relativa delle società antiche e moderne. Il posto del maschio come garante e custode famigliare delle proprie femmine: mogli, sorelle, figlie, perde totalmente di significato e con l’accesso delle donne all’istruzione e ai ruoli sociali prima interdetti, crolla qualsiasi presunta idea di superiorità di genere.

Tutti, indipendentemente dal genere o dall’orientamento, dovremmo parteggiare per questo cambiamento, se solo pensassimo ai danni che il corollario di avvenimenti concomitanti al patriarcato ha comportato nella storia della nostra specie: guerra, proprietà privata di beni comuni, sopraffazione, schiavitù, sfruttamento, disumanizzazione del prossimo, etc… tutti aspetti terrificanti della natura umana dirette conseguenze del dominio maschile.

Molto al di là delle connotazioni ideologiche che i femminismi, nella recente storia, hanno assunto nelle diverse epoche, a volte sotto forma di semplice rivendicazione di diritti egualitari, a volte come conflittualità emancipativa, ostacolare con ogni sforzo la causa storica del patriarcato e promuovere contestualmente lo sviluppo di linguaggi, culture e forme di potere squisitamente femminili, possibilmente non veicolanti inconsciamente codici patriarcali, in questo momento storico assume il carattere di una vera e propria urgenza che ha a che vedere con la stessa sopravvivenza dell’intera umanità.

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